Diari di scrittura: Erri De Luca

Il mestiere di scrivere

Non è facile spiegare a qualcuno come si fa a scrivere, nessuno lo ha spiegato a me, per la semplice ragione che sono un autodidatta. Ho fatto molti anni nei cantieri, ho lavorato come operaio cominciando come manovale. Sono arrivato a fare il muratore, questa è la carriera in diciotto anni di quella vita, e nessuno mi insegnava niente. Nei cantieri non c’è qualcuno che ti dice come si fa, si guarda come fanno gli altri e piano piano impari. Da noi si dice «rubare con gli occhi». Impari il mestiere prendendolo dagli altri, guardi come fanno. E così è stato per lo scrivere. Chi scrive cerca, con la propria scrittura, di raccontare una storia, prima di tutto a se stessi. Poi queste storie possono diventare addirittura dei libri.

Per scrivere le proprie storie, bisogna sapere come scrivono le storie gli altri. La scuola principale per me è…

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Come se fosse Lunedì

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Sono appena le 10.00 e sono già alla seconda macchinetta di caffè. Oddio, che cosa facebookiana che ho detto! Ma, che razza di Diario sarebbe se non vi dicessi che questa è stata una settimana di febbre alta, di Tachipirina, di visite a distanza, di cibi improvvisati, di sopori e tepori, di mal di corpo per il riposo forzato. Pure una come me può dire basta! Mi faccio un caffè!

I miei ritmi sono ancora scanditi dalla campanella di scuola che richiama tutti e tre alle nostre rispettive incombenze nei luoghi deputati all’assolvimento dei nostri compiti. Ci separiamo, io e miei figli; loro vanno, io resto.

Resto, e la prima cosa che faccio è trovare un tema in loop che faccia da colonna sonora all’umore della mattina e che dia ritmo ai miei gesti. Pochi, per la verità. Ma alle due si mangia e la sola forza del pensiero non basta a materializzare un pasto soddisfacente per stomaci di adolescenti. Oggi ho scelto Halleluiah, l’ennesima, perché non mi sento ancora tanto bene, o forse perché è come se fosse, finalmente, Lunedì.

Intanto bevo il mio secondo caffè, della seconda macchinetta, dopo avervi letto in tanti; stamattina ho saputo che partirete per un lungo viaggio, che a Milano le foglie cadono ancora, che credevate di non potervi più innamorare, che vi piace il Lilla del glicine ma non siete sicuri che sia proprio Lilla, che il 25 Aprile è stato tanto tempo fa, che ci piace la stessa musica, che scrivete e non sapete perché, che volete un’altra vita.

Poi mi accendo una sigaretta e vi scrivo che vi ho letto. Siete tanti, mi ci perdo.

Il disegno è di Gianluca Gallo

La Storia Infinita, postumi di avventure adolescenziali

Ero una liceale di metà anni ’80 quando venni a sapere dell’esistenza di un libro intitolato La storia infinita. Un giorno, Franz, il nostro amato prof. di Filosofia, se ne venne parlando a lungo di questo libro, della dialettica tra realtà e fantasia, della capacità di fluttuare tra l’una e l’altra come, di contro, dei pericoli legati ad un irrigidimento nell’una o nell’altra. Insomma, ci offrì tutta una serie di informazioni sparse, come era nel suo modo tipico, su questioni molto affascinanti che mi fecero migrare al primo banco.

Citò spesso l’autore, Michael Ende (un filosofo tedesco certamente!), e ci parlò a lungo di Bastiano Baldassarre Bucci, un ragazzino in fuga da una realtà difficile che si imbatte in un mondo fantastico da salvare. Qui rimane sedotto, intrappolato, e dovrà superare molte prove per ritrovare la via di casa.

Pensai ‘Caspita!, è la mia storia, la storia di Antonella Mandorla Bucci!’. E quando Franz mi guardò negli occhi e disse (qualcosa tipo) ‘guardate sempre alla vita con la stessa meraviglia che vedo oggi nei vostri occhi’, il miracolo si compì. Il giorno dopo feci filone a scuola e andai a Port’Alba a comprare La Storia Infinita di Michael Ende, scrittore tedesco (ha scritto anche Momo).

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Questa è la foto del libro uguale a quello che comprai io e che poi regalai a un amorino immeritevole. Un’edizione economica ma, a un buon osservatore non sfugge ciò che è messo in bella mostra sulle edizioni prestigiose: l’Uroboro.

Ancora non lo sapevo, ma io e l’amico Uroboro ne avremmo passate tante insieme; è il serpente che si morde la coda, simbolo della sintesi di tutte le cose dell’Universo, che nasce da se stesso e muore in se stesso in un moto perpetuo e ciclico.

Mi attaccai al libro con una sensazione agrodolce perché sapevo che l’avrei finito presto, che sarebbe stato un viaggio breve. Tuttavia, mi calai in questo mondo di lettere colorate, capoversi di riccioli, labirinti di periodi incidentali e subordinati; un’architettura di parole che mi costruirono Fantàsia attorno. Vi trovai scritto il mio nome insieme a quello di Atreiu e Bastiano, chiamati, io con loro, a salvare Fantàsia dal Nulla incombente.

E poi? Cos’è successo dopo? Io non ricordo. Non ricordavo nemmeno di aver letto il libro. Se non fosse stato per Luca e per uno dei suoi ultimi post (leggetelo e, con non troppo sforzo, capirete il simpatico percorso mentale che mi ha riportato al libro),  La Storia Infinita sarebbe rimasta inceppata in qualche sinapsi in corto circuito nella mia memoria.

Recuperare un ricordo è un’esperienza meravigliosa. Un dono, così, all’improvviso, da un piccolo Noi perduto nel tempo che grida il nostro nome, finalmente ascoltato. Un frammento di essenza che si stacca dal Nulla nero, una scintilla che viene a illuminarci il sentiero che avevamo perduto.

Bene, ora che vedo meglio, io mi chiedo, dove sono? Che cos’è questo posto? E’ casa o sono ancora a Fantàsia? E ‘Mandorla‘ è il nuovo nome di Fantàsia? Pensavo fosse un viaggio breve e invece non è ancora finito.

Qui dove sono io, la notte è veramente nera e silenziosa. E’ la morte che sta arrivando? Me la sento addosso con tutti i miei malanni immaginari. Allora, quando ho davvero paura, vado verso una piccola lucina ad una finestra. Dietro i vetri c’è una donna bruna che scrive. E’ l’unica che mi fa compagnia senza spaventarmi. Spesso alza lo sguardo per acchiappare un pensiero che sfugge. Si vede che fa un po’ fatica; è pallida e malamente tiene a bada le parole che, irrispettose e impazienti, fanno a gara per finire per prime sul foglio. Poi, finalmente, scrive. Scrive la mia storia infinita e attende che io sia abbastanza vicina per leggere e ricordare come mi chiamo prima che sia troppo tardi.

Avvicinatevi, venite a leggere anche voi una storia di un mare di tristezza, di spari nella notte, di pozioni, di madonne sui vetri, di albe fredde e di polsi legati. Salvatemi!

 

David Foster Wallace, da Infinite Jest

Non lo conosco David Foster Wallace. Non ho mai letto niente di lui se non queste poche righe strappate al web, strappate da un contesto più ampio e gettate lì a caso. Oggi mi sento così, con un sapore agrodolce in bocca che mi dà la nausea.

 

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Che le persone cattive non credono mai di essere cattive, ma piuttosto che lo siano tutti gli altri.
Che è possibile imparare cose preziose da una persona stupida.
Che è statisticamente più facile liberarsi da una dipendenza per le persone con un basso Qi che per quelle con un Qi più alto.
Che gli altri, anche se sono stupidi, riescono spesso a vedere cose di voi che voi non riuscite a vedere.
Che il novantanove per cento dell’attività del pensiero consiste nel cercare di terrorizzarsi a morte.
Che le persone di cui avere più paura sono quelle che hanno più paura.
Che dovete accettare il fatto che il Gioco riguarda la gestione della paura.
Che se cercate di vedere voi stessi nei vostri avversari la cosa vi porterà a capire il Gioco.
Che se ad ogni palla che atterra nella vostra parte di campo, ma non siete sicuri se è dentro o fuori, voi la date buona vi renderete invulnerabili da chi usa mezzucci.
Che ci vuole un gran coraggio per mostrarsi deboli.
Che la vostra preoccupazione per ciò che gli altri pensano di voi scompare una volta che capite quanto di rado pensano a voi.
Che la validità logica di un argomento non ne garantisce la verità.
Che a volte agli esseri umani basta restare seduti in un posto per provare dolore.
Che per qualche perversa ragione, è spesso più divertente desiderare qualcosa che averlo.
Che esiste qualcosa come la cruda, incontaminata, immotivata gentilezza.
Che non occorre amare qualcuno per imparare da lui/lei/esso.
Che è possibile che gli angeli non esistano, però ci sono persone che potrebbero essere angeli.
Che provare a ballare da sobri è tutto un altro paio di maniche.

Run rabbit, run!

Quando ero una bambina guardavo la marcia dei martelli alla TV e senza capirci niente, mi sentivo anch’io una rabbia oppressa da una maschera e da calzettoni bianchi di filo. Ho trascorso tutta la mia vita con loro, perché è un grande amore, costruendo e abbattendo muri centinaia di volte, con un coltello in mano per il colpo di grazia, ma poi ha squillato il telefono…

Un tempo, non potevi stare con me se Is There Anybody Out There? non era nelle tue corde. Oggi sono più tollerante. Vi capisco. Dopo tutto, non è facile sbattere il cuore contro un fottutissimo muro.

Questa è Time, Tempo: parla della croce che ci portiamo sulle spalle. Oggi è la mia canzone.

Ticchettano via i momenti di un giorno noioso
sciupi e sprechi le ore senza curartene
mentre vaghi nello stesso pezzo di terra della tua città,
aspettando che qualcuno o qualcosa ti mostri la via.

Stanco di sdraiarti al Sole, stai a casa a guardare la pioggia,
sei giovane e la vita è lunga e c’è tempo da perdere oggi.
E poi un giorno ti ritrovi 10 anni sulle spalle.
Nessuno ti ha detto che dovevi correre, non hai sentito lo starter.

E corri e corri per raggiungere il Sole, ma sta tramontando
e ti sta correndo attorno per spuntarti di nuovo alle spalle.
Il Sole è lo stesso, ma tu sei più vecchio
col respiro più corto e un giorno più vicino alla morte.

Ogni anno si accorcia,  sembra che non si trovi mai il tempo.
Progetti che finiscono nel nulla o in mezza pagina di righe scarabocchiate,
appesi ad una quieta disperazione tipicamente inglese.
Il tempo se n’è andato, la canzone è finita
anche se avrei ancora qualcosa da dire.

 

Viaggio al centro di me stessa

 

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Non sono più la stessa. Se dovessi descrivere la trasformazione che ho avuto nell’ultimo anno direi ‘un’involuzione a farfalla’. Direi così perché mi piacciono i giochi di parole, le formule linguistiche e la sintassi dei significanti. Mi piacciono i codici criptati, onirici, oscuri. Attenzione, non un linguaggio difficile, ma complesso, ché veicoli un’immagine, la mia, col suo verbo peculiare, personale e unico perché appartiene solo a me.

‘Involuzione a farfalla’ per me è perfetto per raccontarvi il mio cambiamento. Se avete letto Summertime, sapete già tanto di me. Sapete che gli ultimi anni sono stati difficili. Mi sono persa. Persi i contatti, riferimenti, appigli. Se sono viva, ancora in grado di pensare e di scrivervi, lo devo alle poche certezze salde che ho: i miei figli, pochi vecchi amici, un forte istinto di sopravvivenza mentale affinato nelle dure lotte della mia infanzia e adolescenza.

Devo farcela a vivere, mi ripetevo. Basta respirare, alzarsi tutte le mattine, svolgere i pochi compiti a cui sono assegnata, mangiare, dormire, attendere il nuovo giorno. Smettere di dibattersi e lasciarsi andare alla corrente. E’ facile, mi ripetevo. Intanto, ascoltare, per una volta, il mare di dentro, la voce delle Sirene che cantano dallo zoccolo duro della nostro vivere, lasciare che l’Anima accada.

La conseguenza di ciò è che ora sono in alto mare. Ma non ho paura, no, non più. Mi sto trasformando in un animale marino, antico, ancestrale. Sono una figura mitologica, metà donna e metà bozzolo di farfalla e attendo le ali per nuotare nel profondo nero di me stessa per involvermi in un essere primordiale e vivere finalmente le mie Origini.

Illustrazione di Gianluca Gallo