Come prima, più di prima scriverò

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Eccomi là. Ancora mi rivedo, seduta alla scrivania, china sul foglio, una cascata di capelli neri a definire quella intimità, a raccogliere i pensieri. Una sorta di bolla onirica, di seduta spiritica, aspettando che i demoni si presentassero sul foglio, messi in ordine sparso con una scrittura quasi automatica, corredata di simboli là dove la parola a definirli sfuggiva. Così scrivevo il mio Diario da ragazza; un’ora di sollievo dalle incombenze, dallo studio, da una passione opprimente.

Scrivevo di me in un’età in cui si ha ancora il coraggio di stare dentro se stessi con l’incoscienza dell’eroe adolescente, con quel senso di onnipotenza ottusa, senza paura di scoprirne il risultato, perché il bisogno di sapere chi fossi spingeva con un attizzatoio.

Scrivevo la mia storia, i deliri di un padre folle, un abbandono, una speranza, il futuro.

Quei quaderni e diari ce li ho ancora e ogni tanto li leggo con tanta tenerezza, a volte con nostalgia, a volte con imbarazzo per tanta audacia che se n’è andata con la maturità e che a rivederla si stenta a riconoscersi.

Mi piace leggerli, ma anche guardarli; una grafia bella, accurata, morbida. A volte, ricordo perfettamente, quando il pensiero incalzava tanto da non riuscire a stargli dietro con la penna, i segni si trasfiguravano in una serie di riccioli e curve; un nuovo codice, meno convenzionale, più adatto al linguaggio dell’anima.

Alcune pagine erano perfettamente armoniche, altre artificiosamente organizzate negli spazi e nelle distanze, segno dello sforzo fatto a mettere ordine nei pensieri, a cercare un’estetica della parola e della sua forma che ne veicolasse il significato. Altre ancora sono sofferte, si vede benissimo. Il tratto più piccolo, molti spazi, pagine più strapazzate di altre, tanti disegni al posto delle parole che venivano a mancare.

Ricordo, ad esempio, un amorino che mi diede tanta pena e che tornò dopo anni a tormentarmi, affamato e disperso, come me; tutt’e due al capolinea del viaggio della speranza.

In quelle pagine, tante, dedicate al senso di quella presenza, come poi della sua assenza, annotazioni, sottolineature, considerazioni nuove trovarono spazio tra le vecchie righe e negli spazi vuoti a completare un discorso lasciato in sospeso, a consolarli per essere vuoti. A guardarle quelle pagine, neanche a leggerle, si sente tutta la forza di quel sentimento.

Napoli dei quattro elementi

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Questo post lo scrivo in onore di Transit che mi ha letto per la prima volta una Domenica mattina e me lo ha fatto sapere mentre ero seduta sulla mia sedia a dondolo in vimini, fuori al mio terrazzo. Una sedia grande, acquistata sedici anni fa per cullare me e mia figlia neonata al sole trafugato in un cortile di periferia, a guardare albe che sorgono tra le antenne, guarnite dai rami di Pini Mediterranei ostinati alla dura vita di quartiere.

Transit, quando tu mi hai scritto per la prima volta, ti guardavi Napoli da via Orazio e ti rinfrancavi il cuore di tanta poesia, senza sapere che ti sono sorella di sole. No, non lo sapevi, ma incrociavi i miei passi posati per anni mentre andavo su e giù studiandomi i particolari di una bellezza acerba. Incrociavi il mio sguardo quando guardavi l’origine del vento; io lo sfidavo a testa alta con quelle mille fruste nere che avevo in testa e le ciglia che mi tremavano.

Andavo a fare l’amore a via Stazio, in un angolo prima della curva, in un triangolino di marciapiede fatto a posta per contenerci la macchina; ora ci sono i paletti, e non solo lì. Andavamo lì per principio, perché eravamo giovani, perché l’amore era meraviglioso e romantico e non lo potevi mettere in un posto qualsiasi, perché eravamo sopra tutte le lucine della gente umana mentre noi eravamo divini e dominavamo i quattro elementi.

Poi è venuta Roma e il mio secondo amore, ma questo è un altro post. Insomma, Transit, sai che cosa ho fatto dopo averti conosciuto? Ho alzato lo sguardo e ho scattato questa fotografia. Questo è quello che io vedo da dove sono ora. Questo è quello che voglio vedere. L’ho scattata come fosse una congiunzione con te che mi sei sconosciuto in molte forme tranne che per quella delle origini che noi napoletani abbiamo all’orizzonte, sui seni del Vesuvio,  nell’incavo della Baia. Perché Napoli è una Grande Madre, un po’ puttana. E noi tutti figli ingrati.

La tua ora

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Ci vuole silenzio per infrangere il tempo. Mettiti zitto ad ascoltare la tua ora che gonfia le pareti già molli di sudore e solitudine; non fa fatica a scioglierle. Guarda come procede recuperando il suo spazio, attraversando quella che era una materia consistente, fino a trovarti dilatato in tutta la parabola della tua vita.

Non guardare solo indietro. Guarda in basso quanto è profonda. Guarda in alto; dove arriva il tuo sguardo non è la fine. E poi guarda avanti e tendi una mano. A che serve? Chiederai. A trovare il luogo della tua presenza piena.

Disegno di Gianluca Gallo

(Stanotte ho sognato) Roman Polanski e io

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Stanotte ho sognato di essere la compagna di Roman Polanski. Viviamo insieme nella mia casa. Io lo venero, ho un’adorazione per lui; gli sto seduta ai piedi con le braccia incrociate sulle sue ginocchia e il mento appoggiato sopra mentre lui mi parla in un italiano franco-polacco, seduto in poltrona. Mi parla del passato, ricorda, con gli occhi altrove e quel tipico gesto a mulinello che fa la mano quando cerca di raccogliere i pensieri che volano.

Ma io sono una compagna indegna: sono grassa, sciatta, la mia casa è sporca, i miei figli chiassosi. Lui mi lascerà, lo sento. Mi ingegno per la cena, ma il risultato è una brodaglia rossa che non merita di essere portata a tavola. Non è colpa mia; c’è poca luce, troppo disordine, non ho tutti gli utensili necessari e i miei figli, ancora piccoli, mi chiamano e mi strattonano avidi di attenzioni e di cose. Gli dico, andiamo a cena fuori. Corro a togliermi quella ridicola vestaglia rosa di tulle e piume che mi dà una femminilità grottesca, ma non ho vestiti da indossare. Tanti, ma tutti troppo piccoli. Vestiti di un’altra me.

Il mio amore è di là che mi aspetta. Corro da lui piena di angoscia e gli dico, migliorerò, imparerò. Lui, placido, mi accarezza e risponde, ci stiamo conoscendo.

Il disegno è di Gianluca Gallo

Diari di scrittura: Erri De Luca

Il mestiere di scrivere

Non è facile spiegare a qualcuno come si fa a scrivere, nessuno lo ha spiegato a me, per la semplice ragione che sono un autodidatta. Ho fatto molti anni nei cantieri, ho lavorato come operaio cominciando come manovale. Sono arrivato a fare il muratore, questa è la carriera in diciotto anni di quella vita, e nessuno mi insegnava niente. Nei cantieri non c’è qualcuno che ti dice come si fa, si guarda come fanno gli altri e piano piano impari. Da noi si dice «rubare con gli occhi». Impari il mestiere prendendolo dagli altri, guardi come fanno. E così è stato per lo scrivere. Chi scrive cerca, con la propria scrittura, di raccontare una storia, prima di tutto a se stessi. Poi queste storie possono diventare addirittura dei libri.

Per scrivere le proprie storie, bisogna sapere come scrivono le storie gli altri. La scuola principale per me è…

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